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Il fumo e i danni da esso provocato sono al centro di un dibattito molto acceso che sta facendo emergere sempre di più studi e ricerche volte a evidenziarne i risvolti sulla salute delle persone, soprattutto delle fasce più a rischio.

Dopo le ultime regolamentazioni in materia, ecco uno studio che assocerebbe il fumo, oltre che a un aumento del rischio tumori e di diversi altri disturbi, anche a conseguenze legate al diabete.

Viene definito “fumo di terza mano”, e altro non è che quell’odore stantio, quella sensazione olfattiva derivante dai residui di fumo che si avverte quando si entra in un ambiente frequentato da un fumatore. Un odore che impregna capelli, vestiti, tessuti in senso lato. Un effetto che deriva dal più noto fumo passivo e che permane per lungo tempo in quanto impregna delle sue particelle tossiche di tabacco bruciato tutto ciò che fa parte di un ambiente chiuso, dai sediolini delle automobili ai tappeti di casa.

Una ricerca della rivista scientifica “Plos One” approfondisce l’argomento e lo mette in relazione soprattutto ai danni potenziali sui bambini, sulle donne in gravidanza e sugli anziani. In particolare, si evidenzia la relazione con l’insorgenza del diabete di tipo 2.

I primi studi condotti su animali fanno emergere come il cosiddetto “fumo passivo di terza mano” riesca a produrre stress ossidativo, ovvero a incrementare la produzione di radicali liberi all’interno dell’organismo, a facilitare la comparsa di iperglicemia e di insulino-resistenza, due condizioni che caratterizzano il diabete di tipo 2. Queste particelle, combinate ad altri inquinanti presenti nell’aria, possono divenire facilmente cancerogeni.

Per cui, ad esempio, uno dei rischi è che anche le persone non fumatrici, che vivono in ambienti frequentati da fumatori, possano sviluppare un incremento dello stress ossidativo e quindi incentivare l’insorgenza di diabete di tipo 2.

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